Case belle, eco-friendly e poco costose!?
Possibili secondo il progetto di Symbola e Mario Cucinella, che sarà proposta oggi alla Fiera Campionaria a Milano.
Il risparmio avviene, nell'idea dei creatori, grazie alla presenza dei pannelli solari che coprono il tetto e che in dieci anni, grazie alla vendita di elettricità e il risparmio, ripagano l'impianto trasformandolo poi in una rendita (di 1.860€ l'anno)
Il progetto consiste nella progettazione di una casa che sia, inoltre, altamente personalizzabile ma anche "socializzabile": l'idea è quella di rendere possibile la messa in comune di alcune strutture, i costi delle quali possano essere così condivisi, riducendo così sia i costi che i consumi pro-capite.
Quindi, la casa sostenibile trasforma le problematiche dell'abitare, i costi, i consumi e le emissioni, in opportunità grazie al fotovoltaico e alla progettazione che permette gli amenities-sharing.
Ma sarà proprio vero che il fotovoltaico basterà per ripagare i costi? Che basterà per rendere la casa veramente eco-friendly? Mi sembra che l'obbiettivo di questo progetto sia troppo legato alla possibilità di vendere l'energia fotovoltaica, realtà che in Italia è ancora troppo incerta.
Forse la via più praticabile e efficace è la proposta di Greenpeace&C. per ridurre i consumi combattendo gli sprechi energetici.
to get more info. http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/ambiente/casa-ecologica/casa-ecologica/casa-ecologica.html
22 novembre 2007
Eco-case: business futuribile o possibile?
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Etichette ambiente, innovazione
17 maggio 2007
Road trip #4

La quarta e ultima azienda visitata è stata uno dei casi più interessanti, sia perchè leader indiscusso del suo settore, la calzetteria, sia perchè sta intraprendendo dei percorsi di sviluppo molto interessanti e molto simili a quelli che ritroviamo in italia. Per onor del vero, bisogna dire che uno dei motivi alla base di questa somiglianza è anche il fatto che l'azienda è da poco parte di un gruppo facente capo ad un'azienda italiana di successo.
A differenza della stra grande maggioranza delle aziende americane del settore, quest'impresa ha aperto (questa settimana) un punto vendita mono marca. Inoltre ha deciso di puntare su un ampliamento della propria gamma produttiva per presentarsi sul mercato non più solo come azienda di calzetteria, ma come azienda del fashion più in generale.
Per finire, non poteva mancare, per il parallelo con l'Italia, una citazione sul design, vantaggio competitivo principe dell'azienda, con tanto di intero ufficio (a new york ovviamente) dedicato allo sviluppo di idee creative.
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Etichette economia americana, innovazione
16 maggio 2007
Road trip #3

A chi non avesse ben chiaro cosa si intende per integrazione verticale, consiglio di visitare un giorno uno stabilimento di produzione di filati in nylon o polyestere, magari uno americano, come quello che ho avuto modo di visitare. Il processo di produzione è assolutamente capital intensive e molto, molto sofisticato. L'impianto che ho visitato è il più grande di una delle multinazionali del settore: a partire dal settimo piano in giù, mi è stato possibile vedere la produzione che parte da un piccolo granello di POY per arrivare a un filato finito e confezionato, sulle specifiche del cliente, pronto per essere spedito al richiedente.
L'azienda è passata in dieci anni a ridurre di un quarto la produzione. Ma non si può dire che si comporti passivamente nei confronti di queta situazione: anzi. La corporation è un buon esempio di come si può innovare, anche quando il proprio prodotto è relativamente commodity e "lontano dal mercato finale". L'azienda infatti investe molto in R&S, che la portata alla realizzazione di prodotti altamente specializzati (anti UV, anti odori,...) e sempre più performanti (tutti i prodotti sono anche certificati ISO). Ancora più interessante, se non altro per l'originalità, è il fatto che ha creato dei brand per i propri prodotti, che pubblicizza presso il mercato finale, per aumentare l'awareness del proprio prodotto e quindi fare pressione sui propri clienti diretti.
Riuscirà la nostra impresa a sopravvivere al fatto che il proprio mercato finale si sta spostando tutto fuori dai confini americani (e una volta lì non sembra porre troppa importanza sulla qualità)?
Chi vivrà vedrà. Nel frattempo consiglio di vedere il loro sito
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Etichette economia americana, innovazione
27 marzo 2007
The american way al design?
Italia terra del design? Sì, ma forse non resterà a lungo isolata in vetta alla classifica degli stati "design-oriented". Infatti, udite udite, perfino nella terra di Henry Ford è penetrata l'idea che il design possa essere una delle fonti principali del vantaggio competitivo. Insomma, anche qui in America le aziende hanno cominciato a chiedersi come fare per poter competere con le potenze economiche emergenti, che hanno strutture dei costi completamente diverse.
Per dare maggiore concretezza a queste affermazioni ecco alcuni dati che sono assolutamente illuminanti a riguardo. Il 72,7%(di 707 CEO intervistati) afferma che il design sia un'arma competitiva chiave contro le importazioni low-cost, e ben il 90,3% concorda che il design è una disciplina che il top management deve comprendere e padroneggiare. E per quanto riguarda le modalità di gestione-implementazione? l'81,1% afferma che il design non è materia da essere relegata meramente
ad un ufficio-design.
Notizie ancora più interessanti se si considera che queste percentuali variano di molto rispetto a quello che i CEO considerano essere il punto di vista delle loro aziende alle stesse domande (rispettivamente 49.3%, 48.1% e 52%). Il che sta a significare, secondo me, che anche se per il momento il "fenomeno design" in America non è molto importante ed è concentrato in alcune zone particolari (il nord sembra farla ancora da padrona) il futuro può prospettare orizzonti diversi. I CEO hanno afferrato dove sta il maggior valore nella loro catena del valore: tempo di impostare il cambio di rotta nella loro azienda, e le aziende italiane si troveranno alle calcagna una nuova flotta di agguerriti concorrenti che cercheranno di sfidarle giocando nel loro steso campo: design&creatività.
E i nostri imprenditori non posso nemmeno consolarsi pensando che questo scenario sia solamente un'ipotesi futura: le acque si stanno già muovendo e qualche azienda è già entrata in questa prospettiva. E cioè quella di competere utilizzando arte e design per andare incontro ai gusti dei consumatori e per creare un'identità di prodotto (in questo senso anche la pubblicità e il packaging sono considerati all'interno della definizione "design") o d'impresa.
Ancora titubati sull'esistenza di qualche azienda, magari dei settori tradizionali che stia effettivamente puntando (e ottenendo consensi) giocando in questo campo? Allora potrebbe essere interessante visitare il sito di questa azienda di porte del Montana, che costruisce i propri prodotti a partire dalle richieste dei consumatori e che ha scommesso sulla collaborazione con alcuni artisti. E i numeri le stanno dando ragione: in 4 anni ha raddoppiato il numero di occupati e le vendite.
Nuova sfida per le aziende italiane?
Nel prossimo numero inview su design e North Carolina e sui cluster creativi.
Who's behind these data?
http://www.rtsinc.org/
Stuart Rosenfeld
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Etichette design, innovazione
22 marzo 2007
Quando si parla di tecnologie complesse come le nanotecnologie, le persone in grado di "maneggiarle" ed utilizzarle per farne dei prodotti innovativi si contano sulle dita di una mano. Ecco perché in questo settore è importantissima la presenza di istituzioni e centri di ricerca qualificati, che possano fornire input alle aziende.
Da questo punto di vista quindi, si capisce come la North Carolina abbia una marcia in più rispetto a altre location: non a caso una delle cose che rende più famoso lo stato (oltre alle squadre di basket....) è il research triangle, che prende il nome dalla presenza di 3 grandi e rinomate università distanti l'una dall'altra solo poche miglia. La NC ha quindi, sempre secondo quanto detto alla conferenza di cui sotto, un grande vantaggio potenziale, che però non sfrutta a pieno. Questa enorme capacità di innovazione trova un limite in una ricerca che resta più accademica che applicativa.
Le nanotecnologie rappresentano quindi una sfida non solo per le aziende ma anche per le università: una sfida che porti a riconoscere che educazione e workforce devono essere dinamici, e che l'abilità di diversificare si dimostrerà necessaria per il successo.
Molti degli attori delle aziende nanotech vengono proprio dal mondo dell'università, che affiancano aziende di piccole-media dimensioni con la ricerca condotta nei propri laboratori. Ma il ruolo delle università in NC non si ferma qui. Una delle cose che più mi ha colpito alla conferenza è sentire parlare di un diploma in nanotecnologie, presso il Forsyth Technical Community College: due anni di studio per preparare workforce con le conoscenze e le capacità necessarie non per entrare nel mondo delle ipotesi e delle idee, ma nel mondo del lavoro, e dell'applicazione e commercializzazione di questi prodotti nano.
Nanotech Curricolum Info:
http://www.ncnanotechnology.com/public/nanotechnology/Forsyth-Tech.asp
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Etichette innovazione, nanotech, university
