
Italia piccola Italia, ma onnipresente nel mondo! La prima azienda che siamo andati visitare è una produttrice di calze e calzini: medio piccole dimensioni, una probabile quota di mercato che non supera il 2% (l'80-90% del mercato è coperto da due sole grandi aziende!), vende soprattutto a due dei maggiori colossi americani: wal-mart e J C Penney. Cercano di innovare, e stanno cominciando a produrre una nuovo brand, indipedente da quello che vendono ai propri clienti maggiori, ma sembrano essere abbastanza vincolati dalla relazione con questi grandi retailer.
Che cosa c'entra l'Italia con tutto questo?
C'entra un bel po', visto che metà di quello che vendono ai Wal-mart di turno proviene da Pompea: l'azienda americana importa questi prodotti (che non è in grado di realizzare perchè non ha i mecchinari necessari), provvede al packaging e spedisce il tutto direttamente ai clienti.
Nel complesso l'azienda non sembra male, i CEO e proprietari hanno una visione tutto sommato positiva del loro futuro, anche se riconoscono la propria posizione nel mercato. La cosa più interessante tuttavia, sembra essere il modo in cui gestiscono la loro catena del valore: relational con i loro fornitori (italiani compresi), captive con i propri clienti.
Dimenticavo. L'azienda ha internalizzato completamente i propri sistemi informativi: dopo una brutta esperienza con ERP ed altri software di tipo proprietario, l'azienda ne ha svilupatti di propri, internally, che sono un fit migliore per la loro attività. Così fit che li hanno venduti anche ad altre aziende.
12 maggio 2007
road trip #1
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Etichette economia americana, globalizzazione
28 marzo 2007
Globalizzazione, multinazionali e condizioni del lavoro: consigli per l`uso
Qual'è il primo esempio (stereotipato) che vi viene in mente di multinazionale che sfrutta i prorpii lavoratori? Senza ricorrere alla magia, sono sicura che pensiamo tutti alla stessa: una delle prime grandi aziende che ha sofferto un forte contraccolpo dopo che l'opinione pubblica ha scoperto che molti dei suoi prodotti erano realizzati sfruttando lavoro minorile. Ma tutto questo avveniva nel passato. Come se la passano ora i sub contrctor di questa azienda che possiamo usare come esempio più generale di multinazionale che delocalizza in paesi emergenti? Perchè si parla di globalizzazione e si pensa subito alla produzione all'estero, ma quello che bisogna riconoscere prima di tutto è che la produzione si basa sul lavoro, che è quindi uno dei settori chiave da analizzare e monitorare se si vuole veramente parlare di effetti della globalizzazione. Quello che una recentissima ricerca, svolta "sul campo" da ricercatori e studenti MIT cordinati da R. Locke, ha scoperto, e` che ci sono moltissime differenze tra i diversi sub fornitori. L'azienda infatti ha predisposto delle condizione di lavoro minime che richiede di rispettare ai propri sub fornitori e svolge delle ispezioni per verificare che questi requirement siano rispettati. In termini di qualità del lavoro le differenze riscontrate dipendono soprattutto dalla nazione in cui sono svolti ma anche dalla dimensioni (piccolo è meglio: sorpresa?), dalle modalità e soprattutto la frequenza con la quale l'azienda controlla se i contractors fanno lavorano effettivamente come dichiarano di fare. Il risultato più interessante dell'analisi è un riconoscimento del fatto che il sistema di monitoraggio messo in piedi dall'azienda non ottiene per niente lo scopo: alcune aziende che investono nell'apprendimento dei dipendenti e si curano delle loro condizioni risultano avere un tasso di affidabilità (sempre secondo il metro della multinazionale, che si basa sul controlllo di norme e procedure) minore di quelle che fanno l'opposto. Morale della favola: se davvero si vogliono migliorare le condizione dei (propri) lavoratori in giro per il mondo bisogna sì monitorare le loro condizioni, ma rivedendo il sistema tradizionale informazioni-incentivi in modo da poter meglio indirizzare i comportamenti dei sub cotractors verso l'impiego di un lavoro più decente.
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Etichette globalizzazione
26 marzo 2007
Alla ricerca del lavoro decente
La traduzione italiana, come accade molto spesso non rende molto, e questo che sembra un esclamazione di un neo-laureato italiano (...), in realtà è il titolo di un agenda che si propone uno scopo molto importante: assicurare un lavoro dignitoso ad ogni lavoratore al tempo dei network di produzione globale.
Lo scorso 16-18 Marzo, presso il center on globalization, governance & competitivness ella Duke si è tenuto un workshop, organizzato dall'ILO su questo tema, con lo scopo di coordinare future ricerche e condividere quelle scoperte passate, in modo da fornire dei validi supporti ai policy makers per analizzare e agire nei confronti dei cambiamenti che la globalizzazione sta apportando al mondo del lavoro. Il lavoro nel mondo, infatti, è uno dei settori che ha visto maggiori cambiamenti legati alla globalizzazione; questa organizzazione ha deciso di lanciare questa agenda nel 1999, per analizzare la qualità e quantità del lavoro globale, focalizzandosi sui pilastri: occupazione-diritti-protezione-dialogo sociale. Per favorire l'approccio sistematico alla problematica, il ristretto gruppo di partecipanti è stato scelto favorendo l'eterogeneità: membri dell'ILO, docenti della Duke, dell' MIT, studiosi di geografia economica e di scienze comportamentali, economisti e sociologi. Uno dei punti focali nell'analizzare le problematiche dello sfruttamento è stata la considerazione del ruolo centrale delle grandi multinazionali. Sotto vari punti di vista sono emerse evidenze che puntano il dito contro i grandi buyer o producer globali che pressano i produttori per ridurre i costi. Tra le varie, interessantissime, presentazioni di esponenti accademici, è brillata la testimonianza di un manager, per l'esattezza il capoccia dei Duke stores, azienda che, forse non tutti lo sanno, ha un fatturato davvero invidiabile. Interessante è stato quindi sentir parlare un accusato delle accuse. Assieme ad altri negozi delle università americane, infatti, gli Duke store sono stati coinvolti in una sorta di scandalo quando si è scoperto (gli americani sembrano un po' ingenui....) che i loro prodotti erano ottenuti (anche) attraverso del lavoro non proprio decente. Da quello scandalo è scaturito una sorta di tentativo di redenzione (sembra sincero comunque) nella quale la Duke (store) si è messa d'impegno per cambiare la situazione cercando di migliorare le condizioni dei propri licenziatari. Il risultato è una "carta dei diritti", che ance i negozi delle altre università dicono di rispettare, nella quale si specifica che per essere licenziatario si devono rispettare (almeno) alcune condizioni minime "anti-sfruttamento". Happy end?? Non proprio. A una verifica del suddetto capoccia è risultato che-perchè non ci stupiamo?-la situazione non è poi così tanto cambiata. Se le grandi aziende (alias catene delle università, ma questo nome è intercambiabile con mille altri) mettono una fortissima pressione competitiva sui loro produttori, è inutile che chiedano anche che essi rispettino condizioni di lavoro minime perchè queste non sono conciliabili con i bassi costi richiesti. Parola di licenziatario.
.... to be profusely continued....
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